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AUTO-INTERVISTA 4 (1994)


D. ***

R. No, no, un momento: l’accusa di ghettizzazione della Musica Contemporanea implica un giudizio negativo su di essa. L’assurdo è che mentre i compositori si impegnano in una sperimentazione, tecnica ed espressiva, che dovrebbe rappresentare la punta avanzata di un processo di conoscenza e di esperienza, il mondo della cultura riconosce per espressioni del nostro tempo più significative, musiche di consumo a volte sulla soglia del banale.

D. ***

R.
La polemica non l’ho cerrto innescata io. Recentemente Berio ha preso posizioni analoghe in un botta e risposta giornalistica con Bruce Springstein.

D. ***

R.
Soprattutto basta con i mea culpa. I compositori non possono addossarsi responsabilità che non competono loro. Diciamo allora che negli ultimi venti anni è passata soltanto quella linea fatta di mode culturali che hanno prodotto un immediato consenso; un trend che ha avuto sempre un feed back di carattere economico. Il consumo è ora diventato il metro di valutazione; la lunga ombra delle statistiche Auditel si è distesa al di là dei teleschermi, abbuiando con sterili conteggi le valenze più fertili e imprevedibili di un’arte che per sua costituzione è invisibile: disvela i suoi percorsi più profondi ad una attenzione sensibile e grazie ad una volontà di conoscenza che poco hanno a che vedere con la ritualità e lo stordimento collettivo spinto a suon di decibel.

D. ***

R.
Sì, certo, nell’arco di tutto il secolo che sta per finire la vita dell’uomo è andata immergendosi gradualmente in una dimensione urbana nella quale il silenzio è andato scomparendo, diventando una utopia della camera anecoica.

D. ***

R.
No, no, vorrei piuttosto dire che mentre la ricerca musicale tendeva ad allargare la sensibilità dell’ascoltatore, attuando delle prassi compositive a volte complesse ai limiti dell’entropia, o o microsollecitazioni verso una tragedia dell’ascolto, il crescente inquinamento acustico sommergeva l’inconsapevole mondo della musica d’oggi, salvo pochi, come Evangelisti, azzerano tutto ciò che non era confezionato come consumabile, secondo convenzioni semplici e collaudate.

D. ***

R.
Fa più comodo appiattire in basso, piuttosto che far evolvere il pensiero e la sensibilità della gente. L’aspetto più terrificante oggi è dato dagli intellettuali che non hanno pudore di dire il loro rifiuto di conoscere musiche nuove, mentre l’interesse per altre attività meno alte, fino a ieri snobbate, ha assunto dimensioni vastissime.

D. ***

R.
Sì: gli scritti degli anni sessanta, il dimenticato Musica totale di Gaslini o il quantomai attuale Apocattilici e Integrati di Eco.

D. ***

R.
Mentre pittori di trattoria e pittori della transavanguardia facevano la gioia di mercati differenziati, la ricerca musicale trovava, nel corso degli stessi anni ottanta, una florida committenza nel concepire oggetti sonori radio-trasmissibili che nel tandem RAI-Siae facevano fiorire soprattutto piccoli festivals di musica strumentale. Una committenza che ha determinato un genere: brano strumentale di organico -- durata media dai sei agli otto minuti. L’unico mea culpa motivato che può fare oggi il compositore non masochista può essere quello di avere navigato per anni in queste acque. Se si calcola che circa seicento autori possono avere scritto almeno due composizioni all’anno, dall’’80 ad oggi abbiamo accumulato forse quindicimila partiture soltanto in Italia, oggi riposte in un silenzioso cimitero degli elefanti: idem per il resto delle altre nazioni d’Europa, per non parlare di America, Russia etc. .

D. ***

R.
Ma piuttosto più dell’onor potè il digiuno, se si pensa che in tutti questi anni i teatri di tradizione, gli enti lirici e i grossi festivals hanno negato i loro palcoscenici a questi numerosi compositori, preferendo poi personaggi di sicuro consenso extra-classici, come Battiato, ed escludendo così la possibilità di realizzare lavori di ricerca a quei compositori che hanno cassetti e meningi pieni di progetti.

D. ***

R.
Nel senso di quell’abissale disinteresse per la ricerca musicale che l’ha estromessa completamente anche dai palinsesti televisivi, con la solita motivazione che il pubblico la diserterebbe. Al solito: trattata alla stessa stregua dei piatti di carta duranta una sagra paesana della ballotta, la musica preferita dai politici è quella del repentino consenso.

D. ***

R.
Sarebbe come rimproverare un filosofo, mettiamo Vattimo o Cacciari, di non interessarsi a scrivere testi per fotoromanzi o sceneggiature di telenovelas.

D. ***

R.
Se lo facessero azzererebbero un criterio di valore, facendo un grande piacere agli editori di fotoromanzi o a produttori di romanzetti rosa. (comunque sarei molto curioso di leggerli).

D. ***



R.
O, piuttosto: musica = ricchezza inutile. Nessuno metterà in dubbio il valore della musica d’oggi (quella bella) ma tutti o quasi pensano che possono non interessarsene, farne a meno.

D. ***

R.
E’ ora che altri dicano mea culpa: in primis, i direttori artistici, loro soprattutto la deprezzano la migliore musica d’oggi, gli intellettuali ma gli stessi interpreti, che nella stragrande maggioranza sono dei biechi reazionari, opportunisti e retrivi nel difendere la loro carriera fatta di successi sicuri, almeno da quanto si evince nel novanta per cento delle interviste pubblicate da Musica Viva, Pianotime, CD Classica, Musicalia, ecc. .

D. ***

R.
La curiosità, quella manca: si pensi a Busoni, alla simbiosi tra il distacco del grande intellettuale e la forte curiosità del nuovo, la fede nella invenzione: Cage.

D. ***

R.
Se si pensa per un attimo che nel mondo dei Conservatorii i programmi sono fermi a più di cinquanta anni fa, ci si renderà conto di un’altra grave inadeguatezza: come si fa a pensare oggi che Debussy, morto nel 1918, possa essere la soglia di una modernità, con Schoenberg, oltre la quale il corpo docente non si incammina.

D. ***

R.
Nel 1985 ho intervistato per la rivista 1985 La Musica alcuni direttori di Conservatorio, a proposito del rapporto tra mondo della didattica e musica d’oggi: è incredibile lo scollamento tra la loro visione delle cose e quello che realisticamente appare, almeno agli occhi dei compositori. Ideologismi e affermazioni gratuite non possono contraddire il fatto che nel mondo della didattica, anche a causa di programmi mai rinnovati, si è fermi al primo novecento e, salvo sparute eccezioni, docenti e allievi sono una congerie di reazionari terribili.

D. ***

R.
Cosa fare? Intanto ciò che si vocifera e si promette da una ventina d’anni: cambiare questi benedetti programmi inserendo in grande quantità musica degli ultimi quaranta anni, poi fare corsi di aggiornamento agli insegnanti: che almeno non si vantino di tenersi alla larga dalla Musica Contemporanea che se è incomprensibile, lo è non certo per colpa sua e, come sarebbe insegnare la storia della musica a ritroso? Partire dal 1994 e andare indietro! E peccato se non si arriva ai Greci, tanto di loro se ne sa poco lo stesso.

D. ***

R.
Verso gli anni sessanta le discipline artistiche si sono trovate ad interagire in una dimensione di teatro totale. Si sperimentavano analogie e contrasti, contaminazioni, nuovi sottili legami interdisciplinari, limiti nella appercezione, in un clima neo-barocco ove toccar con gli occhi e rimirar col tatto, a memoria di un amoroso patto.
Questi sconfinamenti fiorivano in un underground che permetteva l’Avanguardia, la seconda nel novecento, come gesto di autostoricizzazione, che configurava dalla committenza.

D. ***

R.
Sì, l’Arte Concettuale ha funzionato anche come un bagno corrosivo che ha determinato un ritorno agli specifici, quindi ad una ritrovata committenza. Ma in musica le cose sono andate un po’ diversamente. La cifra inquietante di una radicale svolta di tendenza, tra politica culturale e prodotti compositivi nell’arco degli anni ottanta , è stata il mutamento di rotta che ha fatto vincere l’idea di semplificazione linguistica. E’ morta, nella programmazione e attuazione della musica, l’utopia di una crescita della competenza comune.

D. ***

R.
Grosso dilemma questo, un giorno si dovrebbe considerare la storia delle arti come la storia delle invenzioni. Quando qualcuno ha proposto delle scoperte, ha provvocato quasi sempre reazioni di incomprensione. La Babèle attuale riscontra l’assurda contraddizione di un momento storico tra i più ricchi di invenzioni, ma anche tra i più anestetizzati da una rimozione che l’industria culturale alimenta.

D. ***

R.
No, le cause sono più profonde. Non è soltanto una logica di interesse. Io parlerei di de-sublimazione, della necessità di ricondurre percorsi complessi a semplici segnali.

D. ***

R.
Consumo culturale che estromette l’esercizio mentale, lo sviluppo di una ipersensibilità, valorizzando solo l’immediatezza.



© Daniele Lombardi